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Un’atmosfera avvincente, questa dell’antologia di Gialli di Vittorio Sirolli, in cui lo svogliato farmacista (“farmacista per hobby”) Giulio Fantini si trasforma in un investigatore appassionato di misteri. Insieme alla determinata e sagace detective (questa volta di professione!) Ginevra Astolfi, affronta omicidi enigmatici e casi intricati, mentre deve destreggiarsi tra le complicazioni sentimentali con Claudia. Tra vari colpi di scena, Giulio si ritrova anche alle prese con il particolare rapporto di amore-odio con il medico legale Giacomo Parriello, personaggio tanto scostante quanto bravo e puntuale nel suo lavoro. Una serie di avventure che terranno con il fiato sospeso fino all’ultima pagina.
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Un racconto autobiografico vivo, emozionante e sorprendente, che ripercorre momenti decisivi della vita del protagonista. Dal lungo viaggio di "fuga" dalle cittadine interne verso le coste, già negli anni '50, alla ricerca di nuove opportunità commerciali, alla rivoluzione giovanile e culturale del 68 e al conflitto generazionale. Il mito di Luigi Tenco, l'importanza degli insegnanti virtuosi la perdita di amici per atti di eroismo o per malattie letali sono solo alcuni degli elementi che tessono il racconto. La narrazione attraversa anche l'inizio della carriera professionale, le gesta di imprenditori "illuminati", e la lungimiranza di medici dalle intuizioni straordinarie. Non mancano momenti di ironia e autoironia, riflessioni sul valore dell'amicizia e degli insegnamenti di Dale Carnegie sulle relazione interpersonali, con la forza delle lodi e della gratificazione. Un percorso che esalta il valore dello studio, della politica, e la consapevolezza che il tempo scorre, inesorabile, e non è infinito.
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Il volume propone una riflessione semiseria ma incisiva sull’etica delle forze di polizia italiane, intrecciando storia, diritto, filosofia e cultura popolare. Attraverso esempi, riferimenti letterari e ironia, l’autore analizza il rapporto tra legalità, morale e potere, evidenziando contraddizioni e derive del sistema democratico. Viene esplorato il ruolo delle istituzioni in un contesto segnato da conflitti, influenze politiche e ambiguità interpretative delle norme. L’opera non offre risposte definitive, ma stimola il lettore—soprattutto chi opera nelle forze dell’ordine—a sviluppare un senso critico autonomo, orientato al bene comune e alla responsabilità individuale.
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Discendenti dal mitico ceppo degli Hohenzollern e legati alla storia imperiale sveva, i Tabassi rappresentano una delle stirpi più antiche e influenti del Mezzogiorno d’Italia. Tra castelli, palazzi monumentali e feudi che spaziano da Musellaro a Lama dei Peligni, Giovanni Tabassi ricostruisce con rigore documentale l’epopea di una famiglia di condottieri, prelati e baroni. Non è solo la cronaca di un titolo nobiliare, ma il racconto di un’identità che ha saputo resistere ai secoli, lasciando un’impronta indelebile nell’arte, nella politica e nella memoria del territorio abruzzese. In copertina: SULMONA – Particolare della bifora del Palazzo Tabassi, sec. XV - (Foto Piccone).
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Il Velo non è solo un libro d'arte, ma una finestra verso ciò che non osiamo guardare. Le opere di Giorgio Rizzo affrontano con cruda discrezione il velo imposto: quello islamico, che opprime e imprigiona la libertà di milioni di donne, ma anche quello invisibile delle nostre convenienze occidentali, che nasconde verità inconfessabili; e il velo simbolico che ogni civiltà tende per non vedere le sue stesse lacune. Attraverso disegni in carboncino su carta di lino, Rizzo trasforma il segno in testimonianza visiva: volti che sono ferite, simboli che sono domande. Non è arte decorativa, ma percorso civile: opere che interrogano, non consolano. Il Velo è una finestra che riguarda tutti, perché in fondo, siamo velati da qualcosa che non ci appartiene.
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Un grosso libro può essere un grande malanno, lo sosteneva Callimaco , un faro di cultura, mica un coglione! Il linguaggio da caserma si potrebbe evitare? Sono un ex militare e narro storie di guerra, di ruberie e di sesso a buon mercato, che altro vi aspettavate? Invito comunque a non ritenere affidabile la narrazione storica, mentre tutti i personaggi sono inventati, anche quando abbiano nomi di donne e uomini realmente esistiti, cui ho attribuito fatti e dichiarazioni di fantasia. Ho inoltre utilizzato Mycroft Holmes, personaggio creato da Arthur Conan Doyle, pur rinunciando al fratello Sherlock, che ho torturato abbastanza nel primo romanzo. Per quanto riguarda Ravenna ringrazio Roberto Stanghellini, che mi ha concesso le immagini della sua collezione, attraverso cui ho descritto un territorio particolare, reso tale dai boschi di pino marittimo, dai numerosi canali e dalle paludi. Merrisiano Caldironi mi ha aiutato col dialetto romagnolo, Enzo Paolini, Alfredo Del Monaco e mio fratello Raimondo devo ringraziarli invece per l’editing. La grafica è di Luciano Dionisi. Tanto premesso auguro una buona lettura.
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C’è un Abruzzo nascosto tra le pieghe della devozione popolare. È l’Abruzzo del presepe, quello che il Beato Agostino da Assisi – discepolo prediletto di San Francesco – volle rappresentare nella notte di Natale del 1225, a Penne, nel cuore delle montagne vestine. Tra i versi di d’Annunzio e le immagini del folklore raccolto da Antonio De Nino, Il presepe abruzzese è un viaggio nella fede semplice e profonda di una terra che ha saputo fare del Natale una scenografia sacra, viva e partecipata. Un libro che intreccia storia, musica, tradizione e letteratura per restituire al lettore non solo un racconto, ma un’esperienza dello spirito. Dalla Prefazione di S. Em. Cardinale Angelo Comastri: «Il Dott. Enrico Di Carlo ha fatto un’accurata ricerca e racconta che, poco dopo di Greccio, il Beato Agostino di Assisi allestì a Penne (Pescara) un Presepe simile a quello di Greccio. E l’umiltà e la semplicità e la bontà degli Abruzzesi è diventata un terreno fecondo per far nascere una meravigliosa tradizione del Presepe».
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«… Fabio Di Fonso illustra l’organizzazione del sistema della posta militare e i metodi di contestualizzazione di queste corrispondenze mediante i quali è possibile risalire al luogo in cui operavano i militari e in quali azioni erano impegnati nel momento in cui scrivevano i loro messaggi. In quest’ottica, le comunicazioni assumono il carattere di testimonianza diretta delle vicende belliche di cui furono protagonisti, con tutto il carico di umanità che è facile immaginare.» Dalla presentazione del Prof. Fabio Valerio Maiorano
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C’è un’immagine che ritorna in ogni pagina di questo libro: una mano che segnata dal lavoro modella la creta, e accanto un’altra, più giovane, che guarda e impara. In quel gesto, ripetuto e silenzioso, vive la verità del presepe abruzzese: senza la ricchezza scenografi ca di quello napoletano, ma con l’espressione di un sapere che passa di generazione in generazione. Fare il presepe qui equivale davvero a tradurre il Vangelo in dialetto.









